Eventi | Antartide
Antartide. C'è un mondo alla fine del mondo
Piove, fa freddo e tira vento a Ushuaia. La città più australe del mondo si presenta con il volto duro delle terre selvagge. Sotto un cielo pesante, ferito da pochi raggi di luce, la sua corona di montagne (le prime vette andine) si perde nei riflessi color titanio del Canale di Beagle. Siamo alla “fine del mondo”, come recitano fino alla noia tutti i cartelli turistici; qualcuno, in realtà, si spinge anche oltre e definisce “culo del mondo” quest’ultimo angolo di Terra del Fuoco. Fondata il 12 ottobre 1884 da un marinaio argentino spedito fin qui da Buenos Aires per piantare la bandiera argentina in una Tierra del Fuego già troppo frequentata dagli inglesi, Ushuaia vanta un passato di colonia penale prima che di porto franco. Oggi ha circa 65 mila abitanti ed è il maggior porto di partenza per le crociere (oops… scusate, qui vanno chiamate “spedizioni”) che puntano all’Antartico, grazie alla relativa vicinanza fra l’estremo lembo meridionale dell’America Latina (leggi Capo Horn) e il vertice settentrionale della Penisola Antartica. In mezzo ci sono solo un migliaio di chilometri di bufera che rispondono al nome di Stretto di Drake. Mi imbarco sulla Akademik Sergey Vavilov, una delle più avanzate navi da ricerca oceanografica esistenti, assieme a una settantina di passeggeri provenienti dagli angoli più disparati del globo. Varata nel 1989 dai cantieri di Rauma in Finlandia, la Vavilov misura 117 metri di lunghezza, stazza 6600 tonnellate e ha uno scafo rinforzato per operare nelle regioni polari. Il comfort dei 44 membri dell’equipaggio (tutti russi), dei 14 membri dello staff di Peregrine Polar Ad-ventures (l’operatore australiano che organizza il viaggio, pardon, la spedizione) e dei passeggeri è garantito, niente meno, che dall’Interactive Antirolling Stabilizing System, il massimo in fatto di stabilità nel mondo nautico. Nel caso temiate di perdervi nella vastità dell’oceano, sappiate che la Vavilov dispone di tutto, ma proprio tutto, in fatto di comunicazione, ed è perfettamente autonoma per viaggi fino a 20mila miglia nautiche. Quindi, anche in mano al più sprovveduto dei timonieri, prima o poi una qualche terra la si ritrova! Ma torniamo alla nostra spedizione (questa volta l’abbiamo detta giusta al primo colpo). La rotta prevede Falkland (Malvinas per gli argentini), Georgia Australe e la Penisola Antartica con le She-tland del Sud, la traversata del Passaggio di Drake, il doppiaggio di Capo Horn e, infine, il rientro nel Canale di Beagle fino a tornare a Ushuaia. Sono circa 3500 miglia marittime da percorrere in 20 gior-ni di totale contatto con la natura più selvaggia del globo. Venti giorni esposti alle ire di un clima che può farsi feroce nel volgere di un attimo, dal quale bisogna difendersi con un abbigliamento adeguato. Anche quando il sole brilla e la temperatura sale ben oltre sopra lo zero, nello zaino portiamo le giacche termiche, i pantaloni imbottiti, berretti e guanti pesanti, perché la bufera arriva improvvisa. Nel nostro caso ci siamo affidati agli italianissimi materiali firmati Cape Horn.
LA CROCIERA
La Sergey Vavilov salpa alle 18.30 di un giorno qualsiasi, scivolando via dal molo di Ushuaia per abbandonarsi all’abbraccio gelido delle acque del Canale di Beagle. Con un vento sferzante in poppa, navighiamo verso la notte che ci attende sull’Oceano Atlantico. Esattamente 339,4 miglia e 36 ore di navigazione dividono il punto di partenza da Westpoint Island, primo approdo alle Falkland. Ci accompagnano maestosi albatross e numerose balene. Le Falkland ci vengono incontro come lieve distorsione di un orizzonte ostinatamente vuoto. Basse, quasi completamente prive di vegetazione d’alto fusto, molte pecore, 2000 abitanti, quasi tutti concentrati a Stanley, il capoluogo, e tante, tante mine. Queste ultime sono la bella eredità lasciata dalla breve guerra combattuta 25 anni fa fra Argentina e Inghilterra. Una guerra inutile, destinata a lasciare una traccia duratura nel futuro di queste isole sperdute: per ripulire il territorio dalle mine bisognerebbe devastarlo con i bulldozer e cancellare i luoghi di nidificazione di centinaia di migliaia di uccelli marini. Per ora, nessuno sembra intenzionato a prendersi questa briga. Primo sbarco, sull’isola privata di Westpoint: Roddy e Lily, i proprietari, ci accompagnano con la loro sgangherata Land Rover, che Lily guida con britannica risoluzione, attraverso un prateria battuta dal vento feroce e che appare disperatamente desolata. Di parere diverso sono le centinaia di pinguini Rock-hoppers e di albatross Black Browed che nidificano sulle falesie di Devil’s Nose. Una traccia di sentiero ci permette di arrivare a pochi centimetri da questi animali che non paiono rendersi conto della nostra presenza. Eppure noi, gli intrusi, trasparenti come tanti novelli Garabombo (l’invisibile di Manuel Scorza), siamo a due passi, con un fuoco di sbarramento di fotocamere che fermerebbe un treno in corsa. È la prima esperienza forte di questa crociera. Un breve tratto di navigazione ci porta a Carcass Island, altra isola privata. Qui, oltre alle spiagge di sabbia bianca che dovrebbero stare ai Caraibi piuttosto che al Polo e alla moltitudine di uccelli (dai predatori Caracara ai pinguini magellanici), brilla la presenza di Loraine e Bob McGill che ci invitano nella loro casa per un pantagruelico e indimenticabile afternoon tea. Il giorno successivo sbarchiamo a Stanley, il capoluogo delle Falkland. Stradine sonnacchiose, casette linde e colorate, spiagge da sogno e qualche relitto. Si respira un’aria serena che viene squarciata dal rombo dei caccia. Il cielo si fa subito plumbeo, si notano i fili spinati e i cartelli che ricordano la minaccia dei tanti campi minati. Ma è un attimo. Torna il sole, sbuca un pinguino curioso e voilà: la perfetta schizofrenia delle Isole Falkland/Malvinas è servita. Per il resto c’è poco da dire: quattro anime (molto gentili), un piccolo museo, due o tre pub, qualche cabina telefonica molto british e un vasto campo giochi per la Royal Navy. Da Stanley alle scogliere severe della Georgia del Sud sono 784 miglia e 60 ore di navigazione nel Mare di Scozia. La Georgia australe ha fatto la sua prima comparsa sulle mappe nel 1675, quando la nave che trasportava il mercante Antoine de la Roché venne spinta fuori corso da una bufera mentre cercava di doppiare Capo Horn. Il secondo avvistamento si deve al veliero spagnolo Leon che finì da queste parti nel 1756. Ma il primo ad attraccare e muovere i primi passi verso l’esplorazione dell’isola fu James Cook che ne prese possesso per conto della corona inglese nel 1775, durante il suo secondo viaggio intorno al mondo. All’inizio del XX secolo, la South Georgia divenne una delle principali destinazioni per i balenieri, che la frequentarono fino al collasso dell’industria, nel 1966. Oggi, la Georgia Australe non ha un paese e nemmeno una pista d’atteraggio ed è sostanzialmente un paradiso naturalistico libero dal tocco dell’uomo. Una situazione molto diversa dai tempi in cui era in funzione la stazione baleniera di Grytviken dove, fra il 1904 e il 1966, vennero macellate 175mila balene. Quelli in South Georgia sono tre giorni di natura impervia, dura. Fra i numerosi sbarchi brillano quelli a Grytviken, dove possiamo visitare gli imponenti resti della stazione baleniera e la tomba di Sir Ernst Shackleton, il famoso esploratore inglese che nel 1916, a bordo di una scialuppa con cinque compagni, attraversò 1300 chilometri di mare in tempesta. Partito da Elephant Island, al limite settentrionale della Penisola Antartica, arrivò miracolosamente alle coste meridionali della Georgia del Sud, ne attraversò l’interno fra ghiacciai e pareti di roccia e infine arrivò a Grytviken dopo aver compiuto un’impresa fra le più sbalorditive nella storia dell’uomo. Morì anni dopo proprio in quest’angolo remoto del globo. Una visita alla sua tomba è un tributo al coraggio e si conclude con un rito curioso: si brinda a Shackleton con whisky o birra e, dopo un sorso, si versa il resto del bicchiere sulla tomba. I momenti più emozionanti della nostra crociera intorno alle coste di questa fortezza della natura arrivano a St. Andrew e a Salisbury Plains dove si concentrano due immense colonie di pinguini reali. In entrambi i casi, il clima proverbialmente feroce di quest’isola ci grazia e ci consente di sbarcare. Sono momenti indimenticabili: siamo al cospetto di centinaia di migliaia di pinguini. Ma basta allontanarsi un poco dagli altri visitatori e sdraiarsi (nell’orrenda melma di guano e fango) per essere completamente circondati da centinaia di pinguini che spingono la loro curiosità fino a becchettare i pantaloni e le gambe del cavalletto. Ben presto ci si rende conto che i teleobiettivi sarebbero potuti restare a bordo: un grandangolare spinto basta e avanza. Li guardiamo da sotto, stagliati contro il cielo, o in ginocchio nell’acqua gelida, mentre tornano a riva lottando contro le onde; infine, li osserviamo dalle colline ai bordi del ghiacciaio: un fiume di esseri viventi che si spande sulla riva dell’oceano in un immenso delta brulicante. Ed ecco il grande balzo verso l’Antartico: lasciate le coste della Georgia australe, ripercorriamo la rotta di Shackleton verso Elephant Island. Altri due giorni e mezzo di mare aperto, 733,47 miglia marine, accompagnati da orizzonti lontani, migliaia di uccelli marini, decine di balene e un iceberg largo 40 chilometri. Elephant Island fa paura. Un mare perennemente irrequieto rende impossibile anche solo l’avvicinamento. Ci accontentiamo di osservare con il binocolo Cape Wild dove Shackleton pose il campo. Una lingua di roccia circondata da ghiacciai, pareti incombenti, battuta da venti furiosi e onde mai paghe. Un luogo spaventoso. Volgiamo la prua al Continente Bianco. Ci aspettano cinque giorni di Antartico puro: spazi immensi, bianco, silenzio. Le tratte di navigazione sono scandite dalla presenza degli iceberg e delle montagne che si alzano direttamente dal mare; gli sbarchi, dagli incontri ravvicinati con le colonie di pinguini. Stupende le escursioni a bordo dei gommoni che ci portano al cospetto dei ghiacciai, a curiosare fra gli iceberg, a zigzagare fra i corridoi mutevoli del ghiaccio galleggiante; e che ci consentono incontri ravvicinati con diverse specie di foche. Half Moon Island di una bellezza incredibile, Deception Island con il suo cratere e il bagno nelle acque termali, Wilhelmina Bay dove calchiamo per la prima volta il Continente Antartico vero e proprio, Cuverville e Petermann Island con il loro labirinto di iceberg: si perde il conto dei luoghi e delle emozioni. Scendiamo fino a 65° 10’ di latitudine sud. Poi volgiamo la prua al Nord, attraverso lo Stretto di Drake, verso Capo Horn.
Marco Santini
(Yacht Capital, n.3/2007)
editoriale
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