Louis Vuitton Trophy | Intervista al commodoro
Azzurra, parla Bonadeo
Sorridere da un po’ di tempo riesce molto facile a Riccardo Bonadeo, commodoro dello Yacht Club Costa Smeralda. Riportare in regata il nome Azzurra è poi per lui quasi un elisir di giovinezza. Non capita a tutti di riprendere un discorso cominciato più di vent’anni fa e lasciato lì nel 1987 (risultato a parte) con un patrimonio di simpatia, una carica positiva che non si è affievolita nel tempo. È bastato soffiare un poco e la passione per Azzurra s’è riaccesa. «Volevamo rilanciare il club», spiega Riccardo Bonadeo, classe 1939, inizio da gran sciatore e un passato di grande velista con i suoi Rrose Selavy. «Tornare nel panorama internazionale con qualcosa in linea con la storia del club, con i suoi armatori di prestigio, le due sfide di Azzurra, il record atlantico a motore del Destriero, la partecipazione alla Volvo Ocean Race di Nautor Challenge di Leonardo Ferragamo. E all’inizio avevamo pensato alla Volvo. Un evento sportivo e mediatico straordinario. Empatia, passione, avventura, tante tappe e possibilità: c’è tutto nella Volvo. Per me, una malattia».
Ma poi avete abbandonato l’idea... Tempi troppo stretti. Si è presentata l’occasione del Louis Vuitton Trophy. Ci siamo iscritti grazie al patronage di un amico, Grant Dalton, e saremmo andati a Nizza con un equipaggio da costruire, come trampolino di lancio. Invece l’incontro con Giovanni Maspero. In 20 minuti, a Porto Cervo, a fine settembre, durante i Mondiali Melges 32, ci siamo trovati. Noi volevamo far tornare Azzurra, lui aveva una struttura di grande valore. Entrambi all’insegna dell’italianità.
È questo, assieme al nome Azzurra, il collante del gruppo? Se lo chiedi a uno dei papà di Azzurra dico di sì. Azzurra ha un grande impatto. Se penso che a Newport nel 1983 neppure immaginavamo quello che stava avvenendo in Italia... Azzurra e il lavoro di Maspero hanno costruito un team solido. Anche chi è appena entrato, come Tommaso Chieffi, si è subito trovato bene. E poi il club, il suo sostegno, a cominciare dal principe.
Quanto costa partecipare al Louis Vuitton Trophy e quali i programmi futuri di Azzurra e del club? Per una partecipazione seria, come intendiamo la nostra, da 800 a 900mila euro a tappa. È il consuntivo di Nizza e quello che servirà per le prossime tre tappe del 2010 e che siamo certi di raccogliere per completare il percorso. Programmi? Proseguire con i Louis Vuitton Trophy se questi andranno avanti oltre il 2011. Crediamo molto nel formato e nelle potenzialità. Certo, occorrerebbe anche ora una svolta decisa. Una sferzata organizzativa, con barche dedicate e non con marchi che disturbano la comunicazione dei team. Se vogliono una mano, siamo qua. Ma tutto dipende dalla Coppa. Non so come se ne uscirà. Poi c’è un problema direi morale. Come fai a chiedere oggi 70-80 milioni per una barca che gira tra due boe. Io non me la sento. E al mio Club e al mio presidente non faccio fare salti nel buio. Poi vorrei che la Coppa tornasse a premiare la nazionalità, a essere espressione di tutte le qualità nautiche di un paese. Anche per eliminare il mercato con ingaggi d’oro.
E se fosse niente Trophy e niente Coppa? Barra sugli oceani, con l’aiuto di Grant Dalton e si cambia gioco. Ma oggi abbiamo un team per il match race.
Ultima domanda. Una tappa del Trophy si svolge a La Maddalena, a due passi da Porto Cervo. Perché non lì? Perché il Trophy vuole una città alle spalle. Avevamo avuto un incontro con Troublé, ma Porto Cervo non è una città. È stato quindi molto bravo Vincenzo Onorato a proporre e portare avanti La Maddalena, coinvolgendo regione, comune, autorità e nel trovare le risorse. Certo, La Maddalena non è Nizza, ma Vincenzo è riuscito a far valorizzare una struttura come quella destinata al G8. Complimenti. Se poi vorrà un sostegno organizzativo, eccoci. Altrimenti ci vedremo in regata con Azzurra. Alla fine a noi interessa solo far bene le regate.
Emilio Martinelli
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