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Grido d’allarme dal quartier generale Ucina

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Ha scelto le pagine de Il Giornale per lanciare il grido di allarme. Il titolo dell’articolo apparso nell’edizione del 18 gennaio lascia pochi spazi ai dubbi: “Salvateci ora oppure affondiamo”. Un appello accorato quello del presidente di Ucina, Anton Francesco Albertoni, affidato alle colonne del quotidiano di Feltri.

E così scorrendo l’articolo si scopre che il 35 per cento della forza lavoro oggi risulta in cassa integrazione. Molti i cantieri che versano in grande difficoltà, altri hanno purtroppo chiuso i battenti. Su tutto grava poi una prospettiva di mercato ancora tutta da decifrare. In poche parole, la nautica, considerata fino a poco tempo fa uno tra i fiori all’occhiello del made in Italy rischia oggi di appassire. Tutto vero. Per la prima volta dall’inizio della crisi Albertoni ha detto le cose come realmente stanno. Senza troppi giri di parole e lontano dai luoghi comuni l’intervista ha delineato in tutta la sua crudezza lo stato in cui versa il comparto della nautica in Italia.

L’unica osservazione da fare è perché si è aspettato tutto questo tempo prima di lanciare un grido di allarme, ora che gran parte dei buoi sono usciti dalla stalla. La crisi ha colpito duro, senza fare eccezioni, tutti i settori, compresi quelli che operano nel dorato mondo del lusso. Non è una scoperta di questi giorni. Lo si sapeva già da molto tempo, da quel 15 settembre del 2008, giorno in cui Lehman & Brothers dichiarò il fallimento. Gli effetti sulla nautica, non solo quella italiana s’intende, si sono fatti sentire non oggi ma già da qualche tempo. Quello su cui forse varrebbe la pena riflettere è capire perché nessuno avesse avanzato (stampa di settore inclusa) il dubbio che questa crescita smisurata del settore nautico non poggiasse su basi certe. Con il risultato che oggi il settore sta pagando questo eccesso di capacità produttiva. Come?

Con un mercato invaso di modelli nuovi ancora in cerca di un proprietario e con strutture che si sono ampliate assorbendo nuova forza lavoro che oggi non è più giustificabile con un mercato ridotto ai minimi termini. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mercato dell’usato ingolfato, il nuovo che si muove con il contagocce e cantieri che lavorano a regime ridotto. Evocare aiuti da parte del Governo resta l’unica carta da giocare? Può darsi. Vero è che questo settore storicamente è sempre stato messo nelle condizioni di doversela cavare senza aiuti esterni, ma contando solo sulle capacità imprenditoriali e il coraggio di chi ne fa parte con il risultato di esserne uscito sempre a testa alta. Direi che forse è questa la vera forza di quello che continuerà a essere un fiore all’occhiello del made in Italy.

Tratto da n.2/2010

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