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Opinioni | Gianfranco Turano

La battaglia persa con la murena

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Negli Anni 70 le armi di distruzione di massa si abbattono sull’ecosistema marino. Orde di assassini dilettanti si presentano sulle rive del Mediterraneo avvinghiati da corpetti di neoprene spessi da 5 a 8 millimetri. Nelle loro mani ci sono i fucili a molla, Saetta e Minisaetta, arbalete a elastico e, ultima frontiera, la famiglia degli Sten, cilindri grigio metallizzato dall’impugnatura nera che sparano ad aria compressa.

I killer professionisti, invece, impiegano cianuro o dinamite. Il rumore dei candelotti segna le giornate di luglio e agosto quanto i botti delle feste patronali e le bollicine di veleno punteggiano la superficie come l’acne di un adolescente. Il basso Tirreno calabrese, di fronte alle Eolie, è un mare di scogli con poche secche sabbiose. Un mare da cernie e da murene. Noi assassini dilettanti, con l’alibi che il pesce non grida né si lamenta, peschiamo in ogni modo a ogni ora. Ma siamo, a nostro modo, puristi. Niente dinamite, niente medicina e neppure bombole. Solo occhio, polmoni e fucile. Il nostro momento preferito è la notte, quando non rischiamo di vederci piovere in testa le bombe.

La pesca subacquea in notturna è terrificante. La torcia illumina un cono stretto lungo pochi metri. Intorno a questa traccia che abbaglia i pesci e li rende prede facili c’è qualunque cosa possa dettare la fantasia. Ma quello che vediamo la sera di Ferragosto nell’anno dei tre papi, il ‘78, non è fantasia. Il mostro gira in tondo attorno a un masso piramidale. La sua testa marrone a macchie gialle sfiora la coda. Tre metri di lunghezza almeno. Di solito non spariamo alle murene. Sono bestie che non muoiono mai. Se le ferisci, hanno una tale forza da piegare l’asta d’acciaio del fucile e renderla inservibile. E da mangiare fanno schifo. Se ti mordono, ti tengono sotto e affoghi. Ma lì abbiamo il trofeo di una carriera. Spariamo in successione, in tre, mentre il quarto del gruppo abbaglia il mostro con la torcia. La murena si rintana con la sua corona di aste conficcate in corpo. Non sappiamo che fare. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi per finirla con il pugnale. Uno dei fucili ha l’asta assicurata a una sagola lunga avvolta in un rocchetto. Leghiamo la cordina azzurra al piantone del 25 cavalli e mettiamo in moto. Un’ora dopo il serbatoio è in riserva e la murena ancora in tana. Con le ultime gocce di miscela diamo tutto gas e d’improvviso il gommone balza in avanti per poi imballarsi con il rumore di quando inciampa nella plastica. Il nostro trofeo finisce nell’elica che lo trancia in più pezzi. Inservibile. Per il resto dell’estate abbiamo pescato solo ricci, finché il mare è diventato un deserto.

Tratto da n.2/2010
editoriale

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