People | Colpo di fulmine con il mare
Giovanni Maspero vola su Azzurra
Francesco Bruni afferra il microfono. «Giovanni... Giovanni, vieni!». E alla fine sul palco, assieme all’equipaggio ci sale pure lui, che ufficialmente è il “principal team”, a gustarsi la vittoria di Azzurra al Louis Vuitton Trophy di Nizza. Giovanni Maspero, che negli anni ha costruito la base del team dello Yacht Club Costa Smeralda che porta il nome-mito della vela italiana, è così. Non ama apparire.
«Il mio sogno? Seguire dal gommone, da semplice supporter, un timoniere che considero tra i migliori: Gabrio Zandonà. Le emozioni delle sue regate alle Olimpiadi di Qingdao restano uniche». Comasco, classe 1964, Giovanni Maspero parte da un laboratorio di riparazioni di elettronica di consumo: televisori. In due anni ha sei dipendenti. Poi l’idea di passare al livello industriale. Porte in faccia fino al contatto con Nokia: potrà avere l’assistenza per l’Italia dei telefonini. Ma per partire servono soldi, che non ci sono. L’idea piace però anche a un bravo dirigente di banca. Un fido, nel 1989, di 30 milioni di lire. Dopo due mesi il fido è di 300 milioni; dopo un anno («Senza garanzie di case o altro») di 1,4 miliardi. Nel 1990 nasce Prima Comunicazione, azienda che oggi ha quattro sedi e 300 dipendenti. Questo il Maspero imprenditore che a un certo punto incontra la vela.
«Era il 2000. Ericsson Italia mi invitò a una vacanza in Nuova Zelanda. Ad Auckland c’era l’America’s Cup». Il colpo di fulmine il 6 febbraio. «Il 5 a 4 di Luna Rossa su America One che valeva la Louis Vuitton Cup. La prima regata che vedevo. Stregato. Le dimensioni delle barche, la tecnologia, una mia passione, l’atmosfera. E il contatto quasi fisico tra le barche, sorprendente per un neofita come me». E allora via a conoscere il nuovo mondo. «Per me il mare era quello delle vacanze, senza bagni: non so nuotare. La vela poi...». I primi incontri, alcuni belli. «Carlo Sciarrelli. Persona bizzarra e stupenda. Mi disegnò pure una barca. Ma per fortuna non se ne fece nulla. Non sapevo ancora cosa volevo». Altri meno. «A volte mi sono sentito un pollo da spennare. Poi Alessandro Vismara mi ha aiutato a capire che volevo fare regate e che mi servivano professionisti per imparare».
Un vecchio Mumm 30, le prime regate sul lago e la nascita, nel 2001, del Joe Fly Sailing Team. Il seguito spazia dall’H22 al Melges 32, dal titolo europeo Melges 24 del 2005 al Farr 40 con l’Europeo 2004 e il secondo posto (che non va proprio giù a Maspero) al Mondiale 2008 dietro Mascalzone Latino. E il seguito è anche l’ingresso nel team di gente come Gabrio Zandonà, Daniele Cassinari, Andrea Felci, Francesco Bruni, e anche di Alessandra Sensini. Nel 2008 Joe Fly lancia la sua sfida all’America’s Cup. «Con la Canottieri Lecco, il nostro club. Un passaggio logico nella nostra crescita». Poi Italia Challenge alle Louis Vuitton Pacific Series 2009 ad Auckland.
«Avevano invitato gli skipper di Valencia. Vasco Vascotto aveva l’invito, non il team. Abbiamo unito le cose. Per fortuna era un matrimonio con la scadenza già scritta. Troppe diversità di vedute sulla gestione con Vasco. Sono andato avanti da solo». Fino a essere scelto dallo Yacht Club Costa Smeralda per far tornare il nome Azzurra in regata. «Non so se “scelto”. Non credo esista oggi in Italia un gruppo che naviga assieme da anni come Azzurra-Joe Fly-team di Giovanni Maspero o come lo vuoi chiamare. Che ha riunito personaggi diversi, gli stessi peraltro da anni sul palcoscenico velico italiano. Credo che negli sport di squadra ciò che lega sia la stima reciproca e il volersi bene. E nel nostro caso l’elemento in più è proprio la coesione». Oltre al nome Azzurra, aggiungiamo noi. «Certo. Ora si tratta di far bene nelle prossime tappe del Louis Vuitton Trophy e che l’America’s Cup riparta con i monoscafi. È il mio impegno con Azzurra: costruire le potenzialità perché il team sia pronto, in tutti i sensi, all’appuntamento». E poi? «E poi torno a giocare in barca a vela. Se non posso salire a bordo e devo stare a guardare gli altri sto troppo male».
Emilio Martinelli
Tratto da n.2/2010 editoriale
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