People | Stile minimalista
John Pawson, un barracuda del design
John Pawson racconta una storia divertente a proposito della sua fama di designer di scuola architettonica minimalista. «Recentemente ero a un cocktail party a Johannesburg quando un tale mi disse: ho sentito che lei è un architetto “microscopico”. Era un evidente problema di comprensione: l’etichetta di minimalista mi è stata appioppata molto presto, ma è dovuta soprattutto ai media, che sono abituati a incasellare le persone. Personalmente preferisco la parola “minimo” per descrivere il mio lavoro».
La sua carriera come architetto inizia abbastanza tardi, dopo aver lavorato nell’industria tessile di famiglia a Halifax, nello Yorkshire. La svolta avviene quando si trasferisce in Giappone per quattro anni e frequenta lo studio dell’architetto e designer giapponese Shiro Kuramata. Negli Anni 70 e 80, attento alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dai materiali industriali, Kuramata usa resine acriliche, vetro, rete d’alluminio e di acciaio per creare oggetti in apparenza fragili, liberi dalla forza di gravità, galleggianti in un ambiente etereo, trasparente e leggero. Kuramata in particolare, e i giapponesi in generale, influenzano parecchio lo stile di Pawson. Quando torna in Inghilterra, all’età di 30 anni, si iscrive all’Associazione degli architetti di Londra e fonda il suo studio nel 1981. Tra i primi lavori vi sono le dimore di personaggi famosi come lo scrittore Bruce Chatwin, il direttore d’orchestra Pierre Audi, il mercante d’arte contemporanea Hester van Royen e il collezionista Doris Lockhart Saatchi, oltre a gallerie d’arte a Londra, Dublino e New York. Altri progetti includono un’ampia varietà di edifici diversi, dal negozio di Calvin Klein a Manhattan alle boutique dell’aeroporto di Hong Kong per la Cathay Pacific, dal monastero cistercense di Nostra Signora di Novy Dvur in Boemia alla scenografia per un balletto per la Royal Opera House di Londra.
Fin dal principio Pawson focalizza il suo lavoro sui fondamentali principi di spazio, proporzioni, illuminazione e materiali, temi che ha anche esplorato nel suo libro Minimum del 1996, nel quale si esamina l’importanza della semplicità nell’arte e nell’architettura. «Queste idee hanno origine nella sfera di convinzioni religiose e filosofiche», spiega l’architetto. «L’austerità di un monastero cistercense o la semplicità di un giardino Zen sono entrambe conseguenza della stessa necessità di ridurre, di chiarire, di alleggerire». Il Perini Navi di 56 metri Baracuda è stato il primo grande progetto di yacht di Pawson nel suo vasto portfolio esoterico, sebbene avesse già curato gli interni dello sloop B60 di Luca Brenta. In entrambi i casi, il criterio per gli interni è stato quello di coniugare le linee affusolate e pulite dello scafo esterno alla sensazione di spazio, semplicità e qualità degli arredi. Che poi sono gli stessi principi che applica ai suoi progetti “terrestri”. «La grande sfida con Baracuda era quella di prendere una serie di principi spaziali e adattarli alle condizioni assai peculiari di uno yacht da crociera di 50 metri», spiega Pawson. «Volevo creare un ambiente dove le priorità fossero luce, spazio e proporzioni, che hanno ispirato il mio lavoro fino dagli esordi».
La conversazione con Pawson ha avuto luogo nel suo austero studio londinese, nei pressi della stazione di King’s Cross, in una stanza stipata con oltre 3mila libri di architettura e design. Il semplice numero di questi libri riflette la totale immersione di Pawson nella sua professione, ma nella collezione compaiono anche numerosi titoli sull’architettura religiosa e in particolare su quella cistercense. «Ho sempre amato l’architettura romanica cistercense e anche quella delle semplicissime moschee», continua Pawson, «che hanno molto influenzato il mio lavoro. Amo la loro semplicità. L’aspetto principale che mi piace dei monasteri è che vi sono molte cose da disegnare, assai diverse da qualsiasi altra. Non è come in una casa, questo ambiente è molto diverso e ti obbliga anche a pensare in modo diverso».
Nel caso del monastero di Nostra Signora di Novy Dvur, nella Repubblica Ceca, il rigore, la calma e lo spirito che Pawson ha applicato sul nuovo progetto costruttivo gli hanno fatto vincere il premio internazionale del 2008 per l’architettura sacra, promosso dalla Fondazione Frate Sole di Pavia. La passione di Pawson per la concisione e la chiarezza si riflette anche nella sua casa, un edificio della metà del XIX secolo nella West London, i cui interni sono ridotti allo stretto necessario. Questo spesso porta gli ospiti a commentare che non si possa vivere in quel modo, pur essendo molto bello. «Sono sempre stupito quando dicono così», commenta l’architetto inglese. «Il vero punto è che la casa dove si abita deve accordarsi al nostro modo di vivere. L’architettura è l’espressione fisica di un modo di essere: la forma non segue una moda particolare, bensì una vita particolare».
Analogamente, Pawson esprime il suo personale concetto di minimalismo e comfort: «Il minimalismo non è un manifesto per vivere spartanamente o il gettare i mobili dalla finestra e dipingere le pareti di bianco. Quanto al vero comfort, non è un ampio divano e, secondo il mio punto di vista, molte cose che sembrano comode in realtà non lo sono. Per me il comfort è sinonimo di uno stato di totale chiarezza in cui l’occhio, la mente e il corpo sono a loro agio, senza che nulla strida o distragga. L’enfasi sulla qualità dell’esperienza è importante».
Interessante il fatto che parole chiave di Pawson come chiarezza e qualità sono spesso presenti nei cataloghi delle cucine di Bulthaup, per la quale Pawson ha progettato uno showroom a Londra, oltre che disegnato una nuova gamma di prodotti. «Quelli di Bulthaup sono prodotti funzionali e ben disegnati», dice. «L’azienda è stata molto perspicace a scegliere un architetto invece che un designer, perché a noi è più chiaro il concetto di spazio. Un buon design verte sulla cultura, non solo sui dettagli».
Justin Ratcliffe
Tratto da n.1/2010 editoriale
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