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People | L'architetto ecologico

Matteo Thun, è il legno il futuro

In questo momento storico mi preme scrivere di dove oggi è orientato il mio sguardo, piuttosto che dei miei progetti. Mi spaventano la miopia e la voracità del nostro tempo, il modo in cui stiamo sfruttando il pianeta; le logiche di consumo e profitto sembrano non arrestarsi di fronte all’evidenza del rischio di collasso. Come progettista ho sentito da sempre la necessità di lavorare con un atteggiamento rispettoso verso la natura del luogo, intesa come complesso di relazioni fra natura, aspetti socio-culturali e simbolici. Il genius loci di cui parlavano i romani e che poi è stato teorizzato da Christian Norberg-Schulz. Lo scatto evolutivo che ci viene chiesto oggi è quello di tornare ad agire in modo consapevole nei confronti del consumo di energie. Sono convinto che gli architetti abbiano la possibilità di giocare un ruolo fondamentale nella società civile, prima di tutto convincendo gli stessi investitori a puntare su progetti più consapevoli. Credo fortemente nella possibilità di dialogo con il committente e impiego molte energie a giustificare scelte che possono apparire audaci all’inizio del progetto ma che si rivelano vincenti in un’ottica globale. Quindici anni fa, per esempio, ho lavorato per il cantiere tedesco Dehler: bisognava rilanciare il loro 33 piedi, trovando un approccio che desse un grande vantaggio economico al costruttore. Per ridurre tempi e spese abbiamo studiato uno scafo unico capace di adattarsi a tre diversi “vestiti”: Classico, Design e Sport. Il motto inglese keep the bones, change the dress (mantieni la struttura, cambia il vestito) ha funzionato, e con grandi risultati. Il compito del progettista, del resto, è quello di spingere il proprio cliente dove non si avventurerebbe da solo, fornendo soluzioni nuove e intelligenti.

In architettura diventa determinante lavorare riflettendo sui rapporti con il territorio. Vitruvio lo scriveva 2000 anni fa nel suo trattato De Architectura, in cui parlava già di materiali “sensati”, che fossero facili da reperire. Mi chiedo che senso abbia oggi far arrivare il marmo dal Brasile quando possiamo sceglierne altri che si trovano a due ore di camion dal cantiere. Un’esperienza molto interessante in tal senso è il progetto del Vigilius Mountain Resort, del 2003, un albergo a 1500 metri di quota vicino a Merano. È stato necessario condensare i lavori in soli cinque mesi, il lasso di tempo in cui si può lavorare a quelle altitudini; abbiamo quindi usato elementi prefabbricati per ridurre i tempi di assemblaggio e scelto materiali locali come il larice per ridurre i costi di fornitura e trasporto. Abbiamo inoltre utilizzato l’argilla rimossa durante lo scavo, compattandola per costruire pareti che regolano la temperatura in modo naturale in ogni stagione e che allo stesso tempo, dividendo un ambiente dall’altro, creano un effetto materico ed emotivo che caratterizza fortemente lo spazio. Ma Vigilius non è solo un’architettura, rappresenta anche un’idea nuova e diversa del lusso. Lusso che non può essere più inteso come un’abbondanza urlata di cose rare e dispendiose: oggi lusso significa poter togliere, eliminare, lasciando solo l’essenziale, il giusto, il proporzionato. Non mi riferisco a un minimalismo anoressico, ma a un percorso esperienziale esatto (e per “esatto” intendo il participio del verbo esigere, radice di esigenza).

Quello di Vigilius è stato un progetto pilota cui ne sono seguiti altri: ho progettato e sto tuttora progettando diverse strutture ricettive in montagna, lavori che per molti versi assomigliano a quelli che si svolgono per lo studio di uno yacht. Il rapporto con l’ambiente, infatti, è molto simile: ci vogliono rispetto e umiltà per non contrastare le forze della natura, con cui bisogna piuttosto entrare in dialogo. In montagna cerco il contatto visivo tra l’uomo e il territorio, cerco di dare una giusta luce agli spazi e di non occupare troppo suolo. Ho costruito a Katschberg, in Austria, due torri a pianta circolare alte 20 e 40 metri (per l’Edelweiss Residences) e di recente ho decisamente osato: ho proposto una torre alta 140 metri, perché per usare la superficie della terra in modo corretto si possono anche riscrivere le regole del gioco.

Non è forse audace proporre uno yacht ecologico? Solo 10 anni fa poteva sembrare un pleonasmo, oggi invece si vede qualche risultato interessante. Mi piace molto andare in barca, anche se non ne posseggo una, preferisco cambiarla a seconda delle esigenze del momento e delle condizioni meteo marine. Forse, se dovessi sceglierne una, opterei per un gozzo sorrentino in legno, plasmato dalle mani di un mastro d’ascia, perché amo molto le essenze e ho, invece, una naturale repulsione per la plastica. Tanto in mare quanto a terra, faccio fatica a usarla.

Un altro materiale con cui ho un rapporto lievemente conflittuale è il cemento: lo uso quando devo, ma non ho quell’ossessione molto italiana della betoniera a ogni costo. Per la costruzione di un edificio in via Tortona, a Milano, abbiamo utilizzato il cemento Tx Active® di Italcementi, che grazie a un principio attivo fotocatalitico è in grado di abbattere gli inquinanti organici e inorganici presenti nell’aria. Ma ciò che più m’interessa in questo progetto è che sfrutta l’energia geotermica, producendo acqua calda e refrigerata (anche in contemporanea) grazie a pompe di calore polivalenti del tipo acqua-acqua, uno dei sistemi più efficienti e a minore impatto ambientale attualmente realizzabili. In realtà abbiamo riscontrato diversi problemi burocratici per la realizzazione di questo impianto: non è stato facile ottenere il permesso dal Comune per accedere alla falda freatica milanese, ma alla fine ci siamo riusciti. Ho creduto molto in questa soluzione tecnologica e l’averla realizzata mi fa pensare che bisogna credere profondamente nei propri progetti, anche se sono al limite del sogno, perché prima o poi si realizzano. Questa ostinata volontà di progettare perseguendo i propri sogni e, perché no, i propri voli di fantasia me l’ha tramandata Ettore Sottsass, il mio maestro, anche se, ai tempi del Gruppo Memphis, Ettore mise il veto alla mia passione per il volo libero. Smisi così di volare con il deltaplano. Ma solo per avere più tempo per progettare sognando.

Cecilia Avogadro

Tratto da n.2/2010
editoriale

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