People | Sixty veste il mare
La legge di Murphy&Nye
Jim Murphy e Harry Nye Jr. crearono il mito: era il 1933 e tempo qualche anno, quattro per la precisione, disegnarono le vele che portarono Milton Wegerfurth alla conquista dell’ambito titolo mondiale della classe Star, un successo che li fece conoscere in tutto il mondo. Settantasei anni e innumerevoli cuciture dopo, Giulio Sala ha lo stesso entusiasmo che garantì ai signori Murphy&Nye la ribalta. Una questione di passione per il direttore finanziario, dal 1995 nel gruppo Sixty spa: una struttura unica che controlla sia la divisione marchi Fashion (Miss Sixty, Energie e Killah) sia Authentic Brands (Murphy&Nye, Refrigiwear, Baracuta e Richlu).
Quello di Sala è amore incondizionato per il proprio lavoro. Qualità che, pur vivendo in un momento economico non proprio felice, lo spinge a guardare al futuro con ottimismo. Senza se e senza ma. Infatti Murphy&Nye, smessi i panni della veleria e concentrati gli sforzi nel campo dell’abbigliamento tecnico per il mare e dello sportswear, è diventato, oggi, un brand affermato a livello internazionale, sicuramente il più conosciuto tra quelli nati nel contesto della nautica. Il motivo lo spiega lo stesso Sala mentre ci accompagna a visitare la gigantesca (e stupefacente, una sorta di galleria d’arte contemporanea) sede del gruppo Sixty spa, che sorge nella zona industriale di Chieti, in Abruzzo. «Murphy&Nye è sinonimo di alta qualità e la qualità costa. Noi spendiamo parecchio, per esempio, nella ricerca e nello sviluppo, che incidono considerevolmente sul prezzo finale del capo, ma il nostro cliente è una persona alla ricerca del meglio che può permettersi di spendere per ottenerlo, per cui non possiamo far altro che proseguire su questa rotta, che si è rivelata vincente. Inoltre», prosegue, «ed è la fortuna di far parte di un grande gruppo, qui nessuno chiede fatturati fantascientifici e gli obiettivi sono chiari».
Nato a Foggia 44 anni fa, una laurea in Economia e Commercio e un sorriso contagioso, Sala ha una particolare predilezione per Murphy&Nye, pur dovendosi occupare, nel suo attuale ruolo, anche degli altri brand del gruppo. Come abbiamo già anticipato, si deve principalmente a lui se il fatturato del marchio è passato da quattro a 103 milioni di euro in 10 anni, e se sono arrivate partnership, giusto per citare le più note, con l’Emirates Team New Zealand (l’equipaggio kiwi ai vertici della vela mondiale) e con la Coppa America del 2007, quella disputata a Valencia con i numerosi addetti ai lavori vestiti integralmente Murphy& Nye, una collezione stravagante e colorata che ha avuto un successo strepitoso. Azioni di marketing, ma non solo, perché, come sottolinea Sala, «la collaborazione con gli All Blacks è stata soprattutto un momento di crescita e di ricerca. Con loro», spiega, «abbiamo avuto la possibilità di testare sul campo la nostra tecnologia. E di svilupparla ulteriormente».
Un percorso che potrebbe ripetersi con il rinato Team Azzurra, la sfida con cui lo Yacht Club Costa Smeralda punta a tornare in Coppa America, che a Nizza, durante la vittoriosa partecipazione alla prima tappa del Louis Vuitton Trophy, era vestito M&N. «Perché no? Con loro ci siamo trovati molto bene e a breve parleremo del futuro. In questi casi bisogna solo trovare la giusta chimica tra un team e l’azienda, e siamo sulla buona strada. Noi comunque siamo pronti, abbiamo tutto per soddisfare le esigenze di un sindacato». E per ripetere il successo delle ultime collezioni legate alla Coppa, che hanno fatto la fortuna dei vari store monomarca sparsi per il globo, sia in grandi città come Roma e Parigi, sia in luoghi culto della vela mondiale come Cowes, sull’isola di Wight, e Newport, nel Rhode Island. «Se Murphy&Nye è ovunque», sorride il padrone di casa, «è perché Sixty è un gruppo con una forte presenza sul mercato internazionale. Poi, chiaro, i negozi monomarca bisogna riempirli e fare in modo che la merce piaccia e venga comprata, ma per sviluppare un simile concetto al meglio bisogna avere dietro un gruppo capace di pensare in grande». Il nostro caso, appunto.
Testo di Emanuel Richelmy - Foto di Fabrizio Gandini
Tratto da n.1/2010 editoriale
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