People | Parla il patron del Gruppo Azimut-Benetti
Paolo Vitelli, ottimismo futuro
Paolo Vitelli è al timone del Gruppo Azimut-Benetti, leader mondiale nella produzione di megayacht. Lo abbiamo intervistato in questo delicato momento stagionale per l’industria nautica, su cui la crisi economica mondiale ha pesantemente infierito.
Qual è la situazione attuale, all’inizio dell’anno nautico? La situazione economica resta debole, anche se tutti gli indicatori hanno dichiarato che ormai il fondo è stato toccato, e che è iniziata la risalita.
Quanto è consistente questa risalita? È indubbiamente lenta, ma la ripresa avrà bisogno almeno di un paio d’anni per consolidarsi.
Trasliamo l’analisi alla nautica. D’accordo. Per il nostro settore sono più ottimista. I potenziali acquirenti non hanno perso molti soldi. Avevano invece perso la serenità, sviluppato il pudore, erano vittime di un po’ di paura e gli era negato l’accesso al credito. Sono situazioni più facili da sanare che rimettere a posto l’intera economia.
Ma allora qual è l’attuale atteggiamento dei potenziali acquirenti? Direi che i nostri potenziali clienti hanno perso il pudore e la vergogna a comprare perché non si respira più il clima di disfatta di qualche mese fa. Non pensano più che il mondo crollerà e ricominciano ad avere l’accesso al credito. Penso che possano dare un segnale positivo alla nostra industria, più che in altri comparti produttivi.
Qual è stato il periodo più difficile? Dal novembre 2008 al febbraio 2009.
Quali stimoli potete dare al mercato? La creazione di prodotti nuovi. Genera voglia di comprare, euforia, tanto nei compratori che in noi che li produciamo. In pratica sarà la capacità d’innovazione a favorire la ripresa.
Un considerevole aiuto può venire dall’export. Come vede questa dinamica? La nostra industria nautica in questo campo deve dar prova di maggior saggezza. Ad esempio abbiamo constatato che i cantieri olandesi produttori di megayacht non hanno minimamente tentennato. Non sono stati affatto toccati dal panico. Gli inglesi, con una matura mentalità industriale, hanno approfittato della debolezza della sterlina. Noi italiani siamo sempre i migliori, soprattutto per innovazione e creatività, ma dobbiamo un po’ calmarci e dare un’immagine di affidabilità e di continuità nel tempo, che olandesi e inglesi hanno saputo mostrare di più.
Cosa critica alla nostra cantieristica? L’impressione, data, che le aziende entrano ed escono con gran rapidità dal settore, che chiunque può creare un nuovo cantiere con investimenti minimi. Tutto ciò mina l’immagine di affidabilità e continuità oggi essenziali.
Cosa vogliono oggi gli acquirenti? Barche veloci come prima, ma più efficienti. Guardiamo il mondo dell’auto: le potenze continuano a crescere anche se poi la gente va piano. C’è anche una richiesta di maggior comfort. In certi modelli vince l’estetica, in altri la velocità. Non c’è quindi la rivoluzione che molti annunciano.
Ma allora che peso hanno le altre soluzioni, da molti sbandierate? Qualcosa in effetti si muove. Registriamo un certo interesse verso nuovi segmenti. Se il concetto della pilotina o del trawler fino a pochi anni fa non interessava a nessuno, oggi comincia a far capolino e probabilmente finirà per fare moda. Si aprirà quindi un nuovo segmento, ma senza rivoluzioni in quelli tradizionali.
Un’opinione sul 49° Salone di Genova? È iniziato in sordina, testimoniando che avevamo raggiunto il punto morto, nei giorni è migliorato. Il maggiore interesse si è visto sui modelli minori. Del resto a Genova è difficile firmare contratti sugli yacht maggiori. Resta una rassegna promettente che fa presagire un miglioramento del mercato.
Un giudizio sui tre saloni post-estate? Cannes: abbastanza bene su tutta la gamma. Monaco: positivo solo sulle barche oltre i 50 metri. Genova: benino sui modelli di dimensioni minori.
Cosa consiglia a chi opera nel settore in questo difficile momento? Di disporre di un solido patrimonio, di non andare in Borsa, di evitare di dipendere da private equity, banche o altri stakeholders.
Vincenzo Zaccagnino
Tratto da n. 11/2009 editoriale
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