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Style | Quando il mare è l’attore protagonista

Cinema: Venezia e gli altri lidi

Sono passati quasi 20 anni da quando Gabriele Salvatores chiuse con Mediterraneo la sua trilogia della fuga (di cui fanno parte Marrakech Express, 1989 e Turné, 1990) e aprì gli orizzonti degli spettatori sul mare nostrum come palcoscenico d’elezione, per raccontare i moti dell’animo che cambia con il passare del tempo. Ma barche, mare, isole e navigare sono sempre stati d’ispirazione alle avventure del cinema, con risultati alterni, ma interessanti.

Come non ricordare Matthew Modine (Wind) che sulla scia della 28a America’s Cup tenta di ricalcare le gesta di Dennis Conner in un goffo sailing-movie dove l’improbabile vittoria giunge (inspiegabile) nell’ultimo bordo dell’ultima regata grazie a uno spinnaker mostruosamente fuori stazza? Ma i film a bordo di vascelli di tutti i tipi spaziano dall’antichità sino al futuro post-atomico: dal galeone spagnolo di Walter Matthau (Pirati), costruito in Tunisia e ora maestosamente malinconico all’ormeggio nel porto di Genova, al trimarano di Kevin Costner (Waterworld), la cui produzione costò abbastanza da contribuire, tra l’altro, per oltre 35 milioni di dollari all’economia delle Hawaii dove si fecero le riprese. Più di un secolo dopo le imprese dei pirati caraibici, una nuova storia di mare s’intreccia fra realtà e cinema, quella del Bounty. Qui, se con Marlon Brando (Gli ammutinati del Bounty) il primo ufficiale Fletcher Christian si ribella alle ingiustizie del comandante Bligh, con Mel Gibson (Il Bounty) è anzi lo stesso ammutinato a interpretarne la parte odiosa e vile, mentre il comandante – a bordo di una lancia non pontata di sette metri, con razioni per pochi giorni, quattro sciabole, una bussola, un orologio, un quadrante e un sestante rotto, senza carte nautiche – conduce eroicamente in salvo i suoi 18 compagni navigando per 3.618 miglia in 47 giorni. Il Bounty viene dato alle fiamme per non essere trovato dalle navi inglesi: non così quello di Gibson, tuttora visitabile, come l’HMS Surprise di Russell Crowe (Master & Commander), entrambi attrazioni per turisti.

Come non ne portarono agli ammutinati della Marina britannica, così le isole solitamente non portano fortuna ai naufraghi dei film. Ne sa qualcosa, ai giorni nostri, Giancarlo Giannini (Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto), marinaio siciliano e comunista di un ricco veliero «nel quale persino le assi di legno che separano il ponte dalla sottocoperta sembrano rievocare storiche barriere sociali apparentemente invalicabili» (Fabio D’Angelo): dal gommone in avaria fino all’isolotto desertico in mezzo al Mediterraneo, la rivincita proletaria avrà vita breve. Sorte peggiore ebbe solo il suo triste clone (Travolti dal destino) col perplesso Adriano Giannini (figlio) e l’imbarazzante Madonna. Se il taciturno Tom Hanks riesce a scappare dalla sua isola nel Pacifico su una folle zattera (Cast Away), nello stesso anno Leonardo Di Caprio (The Beach) si metterà in salvo dalla sua poco prima che lo tsunami l’abbia a distruggere (davvero) nel 2004. I drammi in mare sono benamati dagli sceneggiatori, ne sa qualcosa Nicole Kidman (Ore 10: calma piatta), la cui vacanza sull’elegante yawl Stormvögel nel Pacifico diventa un incubo, sino al salvataggio a opera del marito che la raggiunge su una semiaffondata goletta. Oppure il gruppo di amici in crociera su uno sloop da cui dimenticano di ammainare la scaletta prima di tuffarsi al largo nel loro tragico e pessimo B-movie (Alla deriva, 2006). Forse non ha tutti i torti il marinaio dall’accento ligure che si rifiuta di mollare gli ormeggi per una gita sottocosta con l’open di lamellare e radica – già invidiato simbolo di ricchezza – di Claudio Gora (Il sorpasso) poiché, essendo bel tempo, non può che cambiare in brutto. Comunque, l’insuperato eroe del brutto tempo in mare è il pescatore George Clooney (La tempesta perfetta), alle prese con onde di 20 metri e un destino che punisce parimenti i temerari e gli amanti dell’happy-end. Il primo a sdoganare le barche da lavoro nelle trame di Hollywood fu, però, Humphrey Bogart (La regina d’Africa), che con un battello da fiume salva e sposa (non solo nella finzione) Katharine Hepburn. Era l’epoca in cui ben pochi magnati potevano permettersi di veleggiare per diporto fra San Francisco e Acapulco, così toccherà al marinaio irlandese Orson Welles (La signora di Shanghai) subire gli intrighi spietati di Rita Hayworth, angelo biondo dal cuore nerissimo, sul tuttora navigante schooner Zaca di Errol Flynn.

Mentre il fisherman di Robert Shaw prima di affondare salva Roy Scheider condannando il mostro degli abissi assieme a intere generazioni di (fino a quel momento) spensierati bagnanti (Lo squalo), il sogno di possedere una barca rimane comunque nell’immaginario maschile d’ogni tempo. Dalla modesta ambizione del dentista Johnny Dorelli (Mi faccio la barca), che s’improvvisa armatore del day-cruiser a vela Multi 9,80 fra Lazio, Toscana e i megayacht in Sardegna, ai deliri fantascientifici di Ewan McGregor (The Island) sul Wallypower 118, superyacht in realtà già esistente nel nostro tempo, fino all’avveniristico Maltese Falcon di Perini Navi nella vanziniana Antigua di Enrico Bertolino & C. (Un’estate ai Caraibi). Nemmeno le città sono esenti dalle vicende nautiche, così Pierce Brosnan e Maria Grazia Cucinotta s’inseguono a bordo di due runabout lungo il Tamigi (007 - Il mondo non basta), mentre Harrison Ford lotta nei canali veneziani a bordo di un fascinoso Hacker-Craft (Indiana Jones e l’ultima crociata). C’è chi sulle barche aveva deciso addirittura d’andarci a vivere, come Cary Grant sul suo houseboat (Un marito per Cinzia), chi le ha usate nell’ultimo anelito di vita, come Spencer Tracy col suo skiff da pesca (Il vecchio e il mare), e c’è chi al contrario non riesce a non caderci fuoribordo, come Sandra Bullock dal classico Wasque 26 (Ricatto d’amore). Nel 2009 sono le profondità oceaniche a destare curiosità, con Jacques Perrin che documenta i misteri sottomarini (Oceans, 2009), e Aldo Giovanni e Giacomo che invece sdrammatizzano la versione francese di Le Grand Bleu (Luc Besson, 1988) secondo Cousteau junior (Oceani 3D, 2009), mentre fra Napoli e il Cilento navigano i protagonisti della storia di Guido Pappadà (Nauta). Negli ultimi mesi Alessandro D’Alatri sposta l’attenzione a Ventotene e ai suoi sentimenti di “isolitudine” (Sul mare), seguito dai pasticci di Panariello e Brignano nel Mar Rosso (Sharm El Sheikh - Un’estate indimenticabile, 2010). Nel frattempo, nel centenario del Titanic, si pensa bene di emularne sia la crociera sia la tragedia (Titanic II, 2010), laddove i classici ritornano in voga: Gulliver accetta un lavoro alle Bermuda ma finisce sull’isola di Liliput (I fantastici viaggi di Gulliver, 2010), e la maga Prospera, confinata in un’isola, tende una trappola al suo acerrimo nemico Alonso aiutata dagli spiriti (The Tempest, 2010). A fianco di tutto ciò, all’inizio del 2000 tre ragazze salpano da Genova su Goodbye, un 12 metri, decise a circumnavigare l’Italia fino a Venezia (spot Tim, 2000). Insoddisfatte, l’anno dopo le tre naufragano sull’isola di Santo Stefano nell’arcipelago della Maddalena, senza però che al mondo interessi più molto: ben altri sono ormai i problemi del nuovo millennio. Allora forse non resta che abbandonarsi alla fantasia, immaginando assieme a Klaus Kinski che anche un battello fluviale, volendo, possa risalire le montagne (Fitzcarraldo).

Andrea B. Nardi

Tratto da n. 9/2010
editoriale
Tags: cinema

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